Partito di Alternativa Comunista

7 novembre 1917 - 7 novembre 2020 Il futuro appartiene al bolscevismo

7 novembre 1917 - 7 novembre 2020
 
Il futuro appartiene al bolscevismo
 
 
 
 
 
 
 
Ricordiamo anche quest'anno, il 7 novembre, l'anniversario della Rivoluzione d'Ottobre.
Lo facciamo proponendo ai nostri lettori due articoli, tradotti dal sito della Lit-Quarta Internazionale, sul ruolo di Lev Trotsky, con Lenin il principale dirigente di quella rivoluzione che, noi pensiamo, continua a essere un modello per le rivoluzioni future.
Come scrisse Rosa Luxemburg: "il futuro appartiene ovunque al bolscevismo".
 

 
Trotsky e il Fronte unico operaio
 

di Ariel González

Nel 1933 Trotsky giunse alla conclusione che la Terza internazionale, che aveva fondato con Lenin nel 1919, era morta come internazionale rivoluzionaria. Perché era arrivato a questa conclusione? A causa della politica di Stalin e della Terza internazionale di fronte alla nascita e all'ascesa di Hitler in Germania, ma soprattutto per la mancanza di reazione dei partiti della Terza Internazionale di fronte a questa catastrofe.
Trotsky aveva combattuto una dura battaglia contro questa politica, proponendo il Fronte unico dei lavoratori tra il Partito comunista e il Partito socialdemocratico tedesco per sconfiggere l'avanzata dei nazisti. Ma Stalin sviluppò la politica opposta, dicendo che socialdemocratici e nazisti erano la stessa cosa. Così il proletariato tedesco fu schiacciato senza offrire resistenza, ingannato e smobilitato dai suoi dirigenti. I nazisti riuscirono a prendere il potere quasi senza combattere. La Terza internazionale era morta come internazionale rivoluzionaria. Da quel momento Trotsky dedicherà la sua vita alla costruzione della Quarta internazionale.

Cos’era il Fronte unico proposto da Trotsky in Germania?
La tattica del fronte unico operaio fu sviluppata tra il terzo e il quarto Congresso della III Internazionale (1921-1922), e rispondeva ad una doppia esigenza difensiva del proletariato di fronte alle «controriforme» del capitalismo imperialista: 1) l'urgente unità della lotta dei lavoratori, che si avverte e si comprende soprattutto nelle crisi, al fine di sconfiggere gli attacchi economici e politici alle loro condizioni di vita. 2) La necessità di scavalcare le direzioni riformiste traditrici, che contrabbandano l'ideologia dei padroni della conciliazione di classe. Dirigenze sindacali e politiche che, a quel tempo, erano con la Seconda internazionale socialdemocratica, e che erano passate alla difesa degli interessi imperialisti nella Prima guerra mondiale, tradendo l'internazionalismo proletario.
Trotsky, per quel che riguarda la Germania, affermò che:
«Invece di lanciare un ultimatum unilaterale che irrita e offende gli operai (si riferiva al «fronte rosso unico»), va proposto un preciso programma di azioni comuni: questa è la via più sicura per conquistare la direzione effettiva. (...) Senza nascondere o moderare in alcun modo la nostra opinione sui dirigenti socialdemocratici, possiamo e dobbiamo dire ai lavoratori socialdemocratici: '(...) costringetele (le direzioni socialdemocratiche, ndt) a intraprendere una lotta comune con noi per questo o quell’altro compito concreto, con questo o quel mezzo; noi comunisti, da parte nostra, siamo pronti». Cosa potrebbe esserci di più semplice, più chiaro e più convincente di così? (…) Chi non comprende questo compito è perché considera il partito come un'associazione propagandista, e non come un'organizzazione dell’azione di massa». (Trotsky, «E ora? Problemi vitali del proletariato tedesco», 1932).
Questa tattica, che ha lo scopo di mobilitare, non di propagandare, va proposta a quelle direzioni traditrici che hanno influenza (sulla classe operaia, ndt), fintanto che non sono nel governo borghese. Se accettata, l'azione unitaria in un fronte unico può consentire al proletariato di adottare misure di lotta offensive e rivoluzionarie. Se respinta, i traditori che rifiutano l'unità nella lotta possono essere smascherati. Per conquistare la direzione (del movimento operaio, ndt), non si tratta di accontentarsi di criticarli, ma di fare anche tutto il necessario affinché il proletariato si difenda lottando per i suoi interessi immediati, avvisandolo che i riformisti non vogliono combattere nemmeno per le rivendicazioni più immediate. Pertanto, è un appello a combattere ora, per i punti comuni più urgenti. Non per parole d’ordine «radicali» o «massime», poiché farlo significherebbe attribuire una certa fiducia rivoluzionaria in coloro che vogliamo distruggere. Ma per qualche slogan di lotta come «l’aumento dei salari» che questi burocrati, agenti del capitale, per riaccomodarsi con le loro basi, sono costretti ad utilizzare. Per questo motivo, se fanno parte del governo borghese che applica politiche antioperaie, è impossibile fare un fronte unico con questi traditori.
Un esempio di questa tattica è l'iniziativa e l'appello della CSP Conlutas in Brasile, centrale sindacale di minoranza, per costruire uno sciopero generale contro il governo in difesa dei diritti dei lavoratori, diretto a loro e alle loro organizzazioni sindacali e popolari.

Insieme ma non mescolati
Questi accordi tattici provvisori, quindi, devono combinare l'unità con il confronto con quelle direzioni, mantenendo l'indipendenza politica. Nessuna bandiera comune: costruire il partito separatamente e colpire insieme. Nessun programma politico volto a creare un'organizzazione comune. Nel momento in cui questa contraddizione viene sollevata apertamente, dobbiamo continuare a denunciarli anche a costo di interrompere l'accordo. Per smascherarli.
«La regola più importante, la migliore e inalterabile, da applicare in qualsiasi manovra, è la seguente: non rischiare mai di fondere, mescolare o cambiare l'organizzazione del proprio partito con quella di un altro, per quanto «amichevole» possa sembrare oggi. Non intraprendere mai passi che conducano direttamente o indirettamente, apertamente o di nascosto alla subordinazione del tuo partito ad altri partiti, o ad organizzazioni di altre classi, o limitare la libertà di agitazione del tuo stesso partito, o renderti responsabile, anche se solo parzialmente, della linea politica di altri partiti. Non mischiare mai le bandiere, e ancor meno inginocchiarti davanti a un'altra bandiera». (Trotsky, «L'unico modo», 1932).
Supportiamo solo le lotte, non importa chi le guida. Non si tratta di cercare qualche dirigente “progressista” come «alleato» per unirsi e da lì chiamare all'unità. L'obiettivo è sviluppare azioni concrete di massa, perché solo in questo modo una nuova direzione (del movimento operaio, ndt), che contendiamo (alle organizzazioni con cui partecipiamo al fronte unico, ndt), può crearsi.
Questo è ciò che Trotsky proponeva ai comunisti per affrontare e sconfiggere i nazisti in Germania.

Il Fronte Unico dei Lavoratori in Argentina
Crediamo che la tattica del Fronte unico sia di piena attualità ed essenziale oggi in tutto il mondo per affrontare gli attacchi dei governi e sconfiggere i partiti e i leader sindacali che tradiscono le lotte della classe operaia.
Ma ci sono partiti che stravolgono la tattica del fronte unico operaio. Come abbiamo visto, questa tattica è l'opposto della politica del Po di un «fronte unico combattivo di classe», cioè «rosso». Ma anche della politica del Po, del Pts, ecc. di «unità delle sinistre» permanente nelle elezioni, che Trotsky non ha sollevato neanche durante la nascita del nazismo in Germania:
«L'idea di presentare alle elezioni presidenziali un candidato del fronte unico dei lavoratori è un'idea fondamentalmente errata. Il partito non ha il diritto di rinunciare a mobilitare i suoi sostenitori e a contare le sue forze nelle elezioni. Una candidatura del partito che si oppone a tutte le altre candidature non può costituire, in ogni caso, un ostacolo ad un accordo con altre organizzazioni per gli obiettivi immediati della lotta». («E ora? Problemi vitali del proletariato tedesco», 1932).

[traduzione dallo spagnolo a cura di Salvatore de Lorenzo]


 
Trotsky, il capo dell’Armata rossa
 

di Américo Gomes

Clausewitz ha affermato che la guida di un esercito è sempre politica e che nei momenti di azione e conflitto si sostituisce «la penna con la spada». Deutscher ha affermato che come comandante dell'Armata Rossa, per vincere la guerra civile, Trotsky usò «la spada e la penna».
Usò la «spada» quando attraversò personalmente l'intera Repubblica sovietica per organizzare l'esercito, i suoi rifornimenti e approvvigionamenti, per infondergli morale e vigore, andando direttamente sul campo di battaglia e in prima linea per due anni e mezzo. Usò la «penna» quando era in prima linea nei dibattiti teorici e politici sulle questioni militari che si svolgevano nell'esercito, nel Soviet e nel Partito. E che erano fondamentali per costruire quell'esercito e vincere la guerra.
Leon Davidovich Bronstein, Trotsky, fu nominato presidente del Consiglio supremo di guerra il 4 marzo 1918, il giorno dopo la firma dell'accordo di Brest-Litovsk, e in aprile divenne Commissario del popolo per la guerra. Il suo motto fu: «Lavoro ostinato e disciplina rivoluzionaria» [1].

Pace e guerra civile
Trotsky fece parte della delegazione dei negoziati nell'accordo di Brest-Litovsk, fatto dal governo sovietico il 3 marzo 1918. Una «pace vergognosa», definita così dallo stesso Lenin, che fu colui che la guidò, contro la posizione di alcuni dirigenti del partito bolscevico, che si definivano «comunisti di sinistra», organizzati attorno a Bukharin e Piatakov, che difendevano la continuazione della guerra sotto il nome di «guerra rivoluzionaria», e anche contro la posizione di Trotsky, che difendeva una posizione intermedia.
La pace fu realizzata con gli imperi centrali (Germania, Austria-Ungheria, Bulgaria e Impero ottomano), sotto condizioni molto dure. Assolutamente necessaria, sia per ricostruire l'economia sia perché il popolo voleva la pace, una grande promessa della rivoluzione.
La Russia dovette rinunciare ad importanti regioni, alcune delle quali stavano vivendo processi rivoluzionari, come la Finlandia, gli Stati baltici e l'Ucraina, che furono occupate dall'esercito tedesco. Dovette rinunciare anche a una parte del Caucaso.
Significava la consegna di un terzo della popolazione, il 50% dell'industria, il 90% della produzione di carburante, il 55% del grano e la maggior parte dei cereali, nelle mani dell'impero tedesco [2].
Ma quando la Rivoluzione tedesca fece crollare l'Impero, e con essa tutti i suoi accordi, Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia, divennero Stati indipendenti; la Bielorussia e l'Ucraina furono integrate nell'Unione Sovietica e tutti gli altri territori furono recuperati.
Poche settimane dopo la firma di Brest-Litovsk, i paesi imperialisti della Triplice Intesa, con i loro alleati interni, attaccarono la nascente nazione sovietica su più fronti, dando inizio a una guerra civile il cui obiettivo principale era sedare la rivoluzione e rovesciare il governo.
Il 3 aprile, le truppe giapponesi sbarcarono a Vladivostok e occuparono la Siberia orientale. Il giorno successivo, i turchi presero Batumi, in Georgia, nel Mar Nero, ed entrarono nel Caucaso. I rumeni presero la Bessarabia. La temibile Legione Cecoslovacca, patrocinata dalla Francia, si ribellò e si alleò con l'Armata Bianca nella Siberia occidentale. Le truppe francesi conquistarono l'Ucraina meridionale e la Crimea; e gli inglesi presero Arcangelo a est del fiume Don, mentre le loro unità persiane occuparono il centro petrolifero di Baku. L'Armata Bianca era comandata dagli ex generali zaristi: Nicolai Yudenich, Lavr Kornilov, Alexander Kolchak e Anton Denikin.
Alla fine del 1918 la Repubblica federale socialista sovietica russa aveva praticamente le dimensioni della Moscovia medievale prima delle conquiste di Ivan il Terribile. Nelle parole di Lenin, «un'isola in un oceano in tempesta, piena di banditi imperialisti» [3].

Sul fronte della battaglia
All'inizio del conflitto, nel maggio 1918, l'Armata Rossa fuggì spaventata da Kazan, affrontando gli attacchi della Legione cecoslovacca alleata dell'Armata Bianca, che aveva già preso Samara e Saratov. Trotsky andò su questo fronte, punì i comunisti codardi e carrieristi, così come i funzionari burocratici inefficienti. I commissari locali gli consigliarono di andare in un posto più sicuro, ma egli rimase sul fronte. Agì assieme ai comandanti più capaci: Frunze, Vatzetis, Tukhachevski, Raskolnikov, Mezhlauk, Larissa Reissner e Ivan Smirnov. Uomini e donne che in seguito formarono quello che sarebbe stato il comando dell'esercito.
Si rivolse ai soldati che erano in preda al panico, riversando su di loro «torrenti di ottimismo e carattere rivoluzionario», con il suo discorso: «I soldati dell'Armata Rossa non sono codardi o mascalzoni. Vogliono lottare per la libertà della classe operaia. Se si tirano indietro e combattono duramente, i comandanti e i commissari saranno incolpati. (…) Se qualche distaccamento si ritira senza ordine, il primo ad essere fucilato sarà il commissario, poi il comandante. Codardi, mascalzoni e traditori non sfuggiranno al proiettile» [4]. Istituì un tribunale militare rivoluzionario e stabilì uno stato d'assedio in tutta la regione. Mandò alla corte marziale comandanti e commissari che avevano ritirato i loro uomini dalla prima linea.
Trotsky si difese anche dall’accusa di essere benevolo nei confronti del nemico che riconosceva i suoi crimini ed era disposto a deporre le armi e a servire onestamente lo Stato operaio: «Morte ai traditori! Ma pietà del nemico che si è convertito e chiede clemenza!».
Dopo le vittorie sul Volga, Trotsky si trasferì in Ucraina per rimettere in piedi l'esercito, che era in condizioni terribili, essendo stato sconfitto da Denikin. Condusse questo lavoro, con l'aiuto di Tukhachevski e Antonov-Ovseenko, e sconfisse di nuovo i «bianchi». Da questo conflitto, Trotsky concluse che per ottenere la vittoria nella «guerra moderna» era essenziale combinare l'abilità dei combattenti, e il loro ben sviluppato addestramento, con una sofisticata capacità della produzione industriale militare [5].
Quando dalla Finlandia le truppe controrivoluzionarie, comandate da Yudenich, attaccarono Pietrogrado nell'ottobre 1919, alcuni membri del comitato centrale bolscevico erano pronti a desistere dalla città e fuggire verso l'interno del paese. Trotsky era contrario ad accettare la perdita della città e organizzò la sua difesa. La strategia era la «difesa urbana», annunciando che ci «si sarebbe difesi sul proprio terreno», prevedendo che il nemico si sarebbe perso in un labirinto di strade fortificate e lì avrebbe «trovato la sua tomba». Battaglioni regolari dell'Armata Rossa combattevano «spalla a spalla» con distaccamenti di donne e della Guardia Rossa. Le fabbriche produssero armi sotto una pioggia di proiettili, e le inviarono immediatamente nella battaglia. Tutti vennero coinvolti in quella che è stata classificata come una «follia eroica» [6].
I bianchi furono sconfitti in quindici giorni. Per questo combattimento, Trotsky fu salutato come il «Padre della Vittoria» e ricevette l'«Ordine della Bandiera Rossa».

L'Armata Rossa di operai e soldati
Con la presa del potere da parte dei bolscevichi, l'esercito zarista era a brandelli. Il proletariato contava per la difesa del suo Stato sulle Guardie rosse e su parte delle truppe e delle divisioni del vecchio esercito.
La Guardia rossa era stata costruita in funzione della politica del partito bolscevico basata sull’armamento del proletariato e la materializzazione della presa del potere. Composta dagli operai che si armavano e si addestravano nelle fabbriche e nei quartieri della periferia e con i soldati che rompevano con le truppe regolari. Il tentativo di colpo di stato di Kornilov fu usato dai rivoluzionari per espanderla, come forza di resistenza ai golpisti, legalizzarla di fronte al Soviet e al governo provvisorio, armarla e addestrarla. A Pietrogrado c'erano 4.000 combattenti, comandati da Antonov-Ovseenko, e a Mosca 3.000, guidati da Gregory Frunze [7], coordinati da Aleksandr Gavrilovici Schliapnikov [8].
«L'Armata Rossa poteva nascere solo su una nuova base sociale e psicologica. La passività, lo spirito gregario e la sottomissione si trasformarono, nelle nuove generazioni, in audacia e culto della tecnica» [10].
La conferenza del partito bolscevico del 19 dicembre 1917 votò per la fondazione dell'Armata Rossa dei lavoratori e dei contadini. Successivamente, il Consiglio dei commissari sovietici approvò questa risoluzione. Il 18 gennaio 1918 e il 22 febbraio la Pravda pubblicò un proclama dal titolo «La patria socialista è in pericolo», punto di partenza per la campagna di reclutamento [10].

Un esercito senza ranghi
«L'Armata Rossa è stata costruita dall'alto, secondo i principi della dittatura della classe operaia. L'organo di comando fu selezionato e verificato dagli organi del potere sovietico e del Partito comunista» [11].
L'Armata Rossa non aveva una gerarchia di ufficiali o posizioni come luogotenenti o marescialli; Lenin e Trotsky credevano che il comando sarebbe stato consolidato, soprattutto, dalla fiducia dei soldati nei loro comandanti e sarebbe stato garantito dalla conoscenza, dal talento, dal carattere e dall'esperienza. Per Trotsky, le «stelle» non conferivano né talento né autorità ai leader. «La nomina di comandanti per le loro virtù personali è possibile solo se la critica e l'iniziativa si manifestano liberamente in un esercito posto sotto il controllo dell'opinione pubblica. Una disciplina rigorosa può benissimo accogliere una democrazia ampia e trovare supporto in essa» [12].

Controversie teoriche e politiche per la costruzione del nuovo esercito
Poiché non poteva smettere di essere un problema controverso, e la discussione non era ciò che mancava alla costruzione di questo esercito rivoluzionario, in tutti i suoi aspetti, il potere sovietico affrontò la questione militare attraverso grandi dibattiti. «Il problema dell'organizzazione dell'Armata Rossa era un problema del tutto nuovo, non era mai stato sollevato prima, nemmeno a livello teorico» [13].
Trotsky sostenne un esercito centralizzato, la coscrizione obbligatoria, l'uso di ufficiali zaristi e la formazione del commissariato politico. Per ristabilire la disciplina militare, represse severamente la diserzione e il tradimento. Spiegò che le forze armate non potevano essere centralizzate e dirette con comitati eletti dai soldati nel bel mezzo di una guerra civile imperialista, e pose fine alla guerriglia come strategia militare, pur continuando a usarla come tattica.
«La capacità bellica di un esercito richiede soprattutto l'esistenza di un apparato di gestione regolare e centralizzato» [14]. Diversamente da come credeva che dovesse avvenire nell'insurrezione, dove il decentramento delle azioni era fondamentale [15].
Contro le sue posizioni si formò l'«opposizione militare», che difese il principio elettorale del comando; contro l'incorporazione di specialisti zaristi; contro l'introduzione della disciplina ferrea e la centralizzazione dell'esercito. Questa «opposizione» era composta da Bukharin, Pyatakov e Bubnov, con importanti alleati come I.N. Smirnov. Bukharin pubblicò le sue polemiche contro Trotsky nella Pravda, anche durante la guerra civile.
Un'altra fonte di divergenza con le posizioni e gli orientamenti di Trotsky era il comando della X Armata, comandata da Vorosilov, che aveva il sostegno esplicito di Stalin, che si rifiutava di seguire gli orientamenti del comando centrale. Trotsky propose la rimozione di Stalin e mandò Vorosilov di fronte a un tribunale rivoluzionario. Sverdlov fece da mediatore nella crisi che si verificò nella leadership bolscevica e Vorosilov fu trasferito in Ucraina e Stalin al Consiglio di guerra della Repubblica. Trotsky: «Ritengo che il trattamento favorevole che Stalin dà a queste persone sia un tumore pericoloso, peggiore di qualsiasi tradimento di specialisti militari ...» [16].
La creazione di un esercito centralizzato costituì oggetto di grandi polemiche; la tradizione rivoluzionaria, fin dalla Prima Internazionale, era la difesa della sostituzione degli eserciti permanenti con l'armamento generale del popolo e l'elezione dei loro comandanti. L’'«opposizione militare» considerava l'esercito centralizzato come la configurazione di un esercito di tipo imperialista e difendeva la strategia della guerra di movimento, con piccole unità indipendenti che attaccavano liberamente le retrovie nemiche.
Trotsky spiegò: «Se i pericoli che ci minacciano fossero limitati al pericolo della controrivoluzione interna, in genere non avremmo bisogno di un esercito. Gli operai delle fabbriche di Pietrogrado e di Mosca potrebbero creare in qualsiasi momento distaccamenti di combattimento sufficienti per schiacciare, prima della loro nascita, qualsiasi tentativo di insurrezione armata che avesse lo scopo di ridare potere alla borghesia. I nostri nemici interni sono troppo insignificanti e pietosi perché sia necessario creare un apparato militare perfetto, su basi scientifiche, nella lotta contro di loro e mobilitare l'intera forza armata del popolo. Se ora abbiamo bisogno di questa forza, è proprio perché il regime e il Paese sovietico sono seriamente minacciati dall'esterno (...) Non c'è altro modo per proteggere e difendere il regime sovietico che la resistenza diretta ed energica contro il capitale straniero, che si impegna, contro il nostro Paese, esclusivamente perché è governato da operai e contadini» [17].
«L'URSS paga a caro prezzo la sua difesa perché è troppo povera per avere un esercito territoriale che risulterebbe troppo scadente» [18].
La necessità di questa centralizzazione fu dimostrata quando la Repubblica Sovietica dovette affrontare un assedio lungo un fronte di ottomila chilometri. Nemmeno un potente esercito potrebbe combattere su tutti i fronti. Mobilitare l'Armata Rossa, sulla linea interna, passando da un fronte all'altro, fu la strategia migliore. Per questo, le operazioni dovevano essere pianificate e le risorse controllate. Il principale organizzatore di questa operazione militare fu E.M. Sklianki, definito da Trotsky «il Carnot della rivoluzione russa» [19].
Ma senza dubbio la questione più controversa fu il lavoro con gli ufficiali militari specializzati e gli ex zaristi. Per Trotsky, nonostante fosse una questione pratica, non una questione di principio, era essenziale. Lo stesso Lenin inizialmente aveva dei dubbi su questa proposta, ma in seguito vi aderì pienamente, affermando che Trotsky costruì il comunismo «con i resti dell'edificio distrutto del vecchio ordine borghese» [20].
A coloro che continuarono ad opporsi a questa politica, Trotsky rispose: «Così come l'industria richiede ingegneri, come l'agricoltura richiede agronomi qualificati, anche gli specialisti militari sono indispensabili per la difesa» [21].
Siccome c'era davvero il rischio di tradimenti e diserzioni, insieme a ciascuno di questi ufficiali fu nominato un «Commissario politico», che confermava agli operai, ai contadini e ai soldati gli ordini da eseguire e non le macchinazioni controrivoluzionarie. Trotsky ordinò anche che i parenti di questi ufficiali fossero tenuti in ostaggio, poiché in caso di tradimento l'intera famiglia sarebbe stata punita; alcuni effettivamente tradirono e furono fucilati.

Le purghe staliniste
L'Armata Rossa fu costituita sulla base della democrazia operaia della Dittatura del proletariato; per questo le polemiche militari continuarono anche dopo la vittoria nella guerra civile. Frunze e, più tardi, Tukhachevski, i più importanti comandanti dell'Armata Rossa, elaborarono la «dottrina militare proletaria», difendendo la «guerra offensiva e altamente mobile», sulla base della teoria che la «rivoluzione viene dall'esterno». Tukhachevski era considerato il più grande stratega di carri armati del suo tempo, il «meccanico dell'Armata Rossa». Per Trotsky, era in grado di valutare «una situazione militare da tutti i punti di vista» (...) «sebbene [fosse] un po' avventuriero».
Trotsky si oppose a questa teoria: «La guerra si basa su molte scienze, ma non costituisce una scienza in sé, è un'arte pratica, un mestiere (...) un'arte selvaggia e sanguinaria» (...) «Solo il traditore rinuncia all'attacco, (e) solo un idiota riduce qualsiasi strategia all’attacco» [22]. Egli aveva assimilato i vantaggi tattici della difesa uniti alla necessità di ardite azioni offensive.
Con il dominio dello Stato sovietico da parte della burocrazia stalinista, l'esercito rivoluzionario finì. Stalin, come fece con il partito, decapitò il comando dell'esercito di alcuni dei suoi più competenti comandanti, sacrificando gli interessi della difesa sovietica sull'altare dell'autodifesa della burocrazia dominante. Più di 30.000 ufficiali furono licenziati, imprigionati, inviati nei gulag e fucilati. Questo costò ai sovietici più di 13 milioni di morti nella Seconda guerra mondiale.
Frunze, che nel gennaio 1925 sostituì Trotsky nel Commissariato del popolo per la guerra, morì in ottobre, all'età di 40 anni, in modo sospetto, durante un intervento chirurgico.
Tukhachevski, che sarebbe stato il naturale sostituto di Frunze, fu falsamente denunciato da Radek come spia tedesca, processato nelle epurazioni del 1937 e fucilato. Budyonny e Vorosilov [23] sfuggirono alle «purghe» e si unirono a Stalin. Fallirono in modo clamoroso durante la seconda guerra: il primo in Ucraina, si arrese a Kiev dove più di 65.000 soldati finirono in prigione, il secondo fu sconfitto nel Caucaso.
Lo stalinismo ristabilì i ranghi, compreso quello del maresciallo nel 1935. «Il ristabilimento della casta degli ufficiali, diciotto anni dopo la sua soppressione rivoluzionaria, certifica con uguale forza il divario che si è aperto tra i dirigenti e la base, e che l'esercito ha perso le qualità essenziali che gli hanno permesso di essere chiamato l'Armata rossa» [24].
Innegabilmente, Trotsky fu il costruttore dell'Armata rossa che garantì l’esistenza del governo sovietico. I suoi insegnamenti nell'arte dell'insurrezione e della guerra sono inestimabili e validi per essere studiati da tutti coloro che vedono ancora la necessità della presa del potere da parte della classe operaia e dell'istituzione di uno Stato guidato dai lavoratori attraverso i loro consigli.

Note
[1] SERGE, Victor. El Año I de la Revolución Rusa. La Revolución Rusa, Editora Boitempo, p. 265.
[2] Ídem, p. 252.
[3] CARR. E. H. Historia de la Rusia Soviética. La Revolución Bolchevique, vol. 3, p. 95.
[4] DEUTSCHER, Isaac. Trotsky, El Profeta Armado. Civilização Brasiliense, p. 447.
[5] NELSON, Harold Walter. León Trotsky y el arte de la insurrección, 1905-1917.
[6] DEUTSCHER, Isaac. Trotsky, El Profeta Armado. Civilização Brasiliense, p. 473.
[7] Ídem, p. 432.
[8] NELSON, Harold Walter, op.cit.
[9] TROTSKY, León. La revolución traicionada. El Ejército Rojo y su doctrina. Ed. Sundermann, p. 191.
[10] CARR, E. H. Historia de la Rusia Soviética. La Revolución Bolchevique, vol. 3, p. 76
[11] TROTSKY, León. Cómo se armó la revolución. El camino del Ejército Rojo.
https://www.marxists.org/espanol/trotsky/em/rev-arm/volumen1-1918.pdf

[12] TROTSKY, León. La revolución traicionada. El Ejército Rojo y su doctrina. Ed. Sundermann, p. 149.
[13] Informe del CC al VIII Congreso del Partido Bolchevique, marzo de 1919.
[14] TROTSKY, León. Comunismo y Terrorismo.
[15] TROTSKY, León. Los problemas de la guerra civil.
[16] TROTSKY, León. Mi Vida, Ed. Pluma, p. 346.
[17] TROTSKY, León. Cómo se armó la revolución. El Ejército Rojo,
https://www.marxists.org/espanol/trotsky/em/rev-arm/volumen1-1918.pdf

[18] TROTSKY, León. La revolución traicionada. Ed. Sundermann, p. 201.
[19] Giacobino, uno degli organizzatori della difesa della Francia contro l’alleanza degli Stati europei.
[20] DEUTSCHER, Isaac. Trotsky, El Profeta Armado, p. 457.
[21] Ídem, p. 434.
[22] Ídem, p. 515.
[23] Totalmente sottomesso a Stalin nonostante il suo coraggio personale, con "una totale mancanza di talento militare e amministrativo e una visione completamente ristretta e provinciale".
[24] TROTSKY, León. La revolución traicionada. El Ejército Rojo y su doctrina. Ed. Sundermann, p. 149.

[traduzione dallo spagnolo a cura di Salvatore de Lorenzo]

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